Ridurre i divari regionali via obbligata post Covid

mercoledì 23 settembre 2020
di Claudio de Luca
Il Mezzogiorno d'Italia
Il Mezzogiorno d'Italia © TermoliOnLine

ROMA. La riduzione dei divari regionali via obbligata alla ricostruzione post-Covid.

Le previsioni regionali Svimez per il 2020 fotografano un Paese “unito” dalla recessione. Gli effetti economici della pandemia si diffondono a tutti, anche se la crisi sanitaria ha interessato soprattutto il Settentrione. Il primato negativo del crollo del Pil spetta alla Basilicata (-12,6%), solo marginalmente interessata dalla pandemia; ed al Veneto (-12,2%), maggiormente colpito dal virus.

La Lombardia, epicentro della crisi sanitaria, perde 9,9 punti di Pil nel 2020. Perdite superiori al 10% si registrano al Nord: Emilia Romagna (-11,2%), Piemonte (-11%) e Friuli-V.G. (-10,1); al Centro: Umbria (-11,1%) e Marche (-10,6%); e nel Mezzogiorno: Molise (-10,9%).

La Campania e la Puglia, che insieme concentrano circa il 47% del Pil del Meridione, perdono l’8 e il 9%. Più contenute le perdite in Calabria (6,4%), Sardegna (-5,7%) e Sicilia (-5,1%), meno coinvolte negli interscambi commerciali interni ed esteri e perciò più al riparo dalle ricadute economiche della pandemia. La ripartenza del 2021 è più differenziata.

In sostanza la Svimez ha posto l’attenzione sulle ricadute sociali connesse alla ripartenza “dimezzata” del Mezzogiorno (+2,3%) rispetto al Centro-Nord (+5,4%), svelando una significativa diversificazione interna alle due macro-aree. L’unica regione che recupera, in un solo anno, i punti persi nel 2020 è il Trentino.

A seguire, le tre regioni settentrionali del “triangolo della pandemia” guidano la ripartenza del Nord: +7,8% in Veneto, +7,1% in Emilia Romagna, +6,9% in Lombardia. Segno, questo, che le strutture produttive regionali più mature e integrate nei contesti internazionali perdono più terreno nella crisi ma riescono anche a ripartire con più slancio, anche se a ritmi insufficienti a recuperare le perdite del 2020.

Maggiori le difficoltà di Friuli V.G., Piemonte, Valle d’Aosta e, soprattutto, Liguria. Le regioni centrali sono accomunate da una certa difficoltà di recupero (in particolare l’Umbria e le Marche). Alla questione settentrionale ed a quella meridionale (intorno a cui, tradizionalmente, si polarizza il dibattito nelle crisi italiane) sembra aggiungersi una “questione del Centro” che mostra segnali di allontanamento dalle aree più dinamiche del paese, scivolando verso Sud. Ed ecco perché, tra le regioni meridionali più reattive nel 2021, si rinviene la Basilicata (+4,5%), l’Abruzzo (+3,5%), la Campania (+2,5%) e la Puglia (+2,4%), confermando la presenza di un sistema produttivo più strutturato e integrato con i mercati esterni. Sul fronte del Sud, nel 2021, ci sarà anche un Sud dalla ripartenza frenata: Calabria (+1,5%), Sicilia (+1,3%), Sardegna (+1%), Molise (+0,9%). Si tratta di segnali preoccupanti di isolamento dalle dinamiche di ripresa esterne ai contesti locali, conseguenza della prevalente dipendenza dalla domanda interna e dai flussi di spesa pubblica. L’impatto sui redditi delle famiglie nel 2020 è in media meno intenso nel Mezzogiorno (- 3,2% contro il -4,4% del Centro-Nord) anche per effetto degli ingenti trasferimenti previsti dalle misure di sostegno al reddito previsti dal Governo.

Sintetizzando, il calo riguarda in particolare l’Emilia-Romagna (-6,3%), Marche (-5,7%), Umbria (-5,2%) e Piemonte (-5,2%).

Per il 2021 è atteso un recupero in tutte le regioni del Centro e del Nord, soprattutto nel “triangolo della pandemia”. Le regioni meridionali condividono una riduzione meno intensa dei redditi

nel 2020 ma, al tempo stesso, un recupero più debole nel 2021. È questo il caso di Calabria, Molise, Sardegna e Sicilia, che non recupereranno le perdite del 2020. La dinamica dei redditi condiziona inevitabilmente le decisioni di consumo delle famiglie la cui spesa cala bruscamente in tutte le regioni italiane con una variabilità interna alle due macro-aree, piuttosto correlata alla dinamica dei redditi.

Nelle Marche (-12,3%) e in Umbria (- 12.2%) i crolli più evidenti; in Lombardia (-7,3%), Molise (-7,4%), Trentino (-7,7%) e Sicilia (- 7,7%) quelli meno intensi ma di entità comunque eccezionale. La forbice si allarga se si guarda alla ripresa della spesa delle famiglie nel 2021. Nelle regioni del Centro e del Nord, in media, i consumi delle famiglie aumenteranno del 5,0% recuperando solo la metà della perdita del 2020; nelle regioni del Mezzogiorno il recupero sarà meno di un terzo: +2,7% dopo la caduta del -9,0% del 2020. Particolarmente stagnante sarà la spesa delle famiglie in Sardegna, Sicilia e Calabria.

Gli investimenti delle imprese mostrano caratteristiche comuni alla spesa delle famiglie: una maggiore differenziazione nella ripartenza, comunque stentata, del 2021 rispetto alla caduta del 2020.

Al Nord il crollo è particolarmente intenso in Emilia Romagna (-17,9%) e Piemonte (-18,0%); al Centro in Toscana (-17,5%); nel Mezzogiorno in Campania (-16,3%). Gli investimenti torneranno a crescere a tassi più sostenuti, ma comunque insufficienti a compensare le perdite del 2020, in Lombardia (+9,8%), Veneto (+9,5%) ed Emilia Romagna (+8,2%). Debole la ripartenza degli investimenti in Calabria (+2,2%), Sicilia (+2,5%) e Campania (+2,7%). La domanda estera, in profonda contrazione nel 2020 (-15,3% in media nel Mezzogiorno; – 13,8% nel Centro-Nord), tornerà a crescere nel 2021 a ritmi più sostenuti nelle economie regionali dalle vocazioni produttive più orientate all’export. La variabilità regionale della ripartenza fa esplodere una dinamica già innescata dalla grande crisi del 2008, ma rimasta sotto traccia nella ripartenza del 2015-2018: la caratura “nazionale” della coesione territoriale. Resiste la chiave di lettura Centro-Nord/Mezzogiorno, ma le previsioni per il 2021 mostrano i segnali di una divaricazione interna alle due macro-ripartizioni: le tre regioni forti del Nord ripartono con minori

difficoltà; il resto del Nord e le regioni centrali mostrano maggiori difficoltà; un pezzo di Centro scivola verso Mezzogiorno; il Mezzogiorno rischia si spaccarsi tra regioni più resilienti e realtà regionali che rischiano di rimanere “incagliate” in una crisi di sistema senza vie di uscita.

Claudio de Luca