Dopo il Coronavirus modificare le competenze tra Stato e Regioni?

San Salvo martedì 24 marzo 2020
di Claudio de Luca
Conferenza Stato-Regioni
Conferenza Stato-Regioni © Emma Petitti

ABRUZZO. In un'Italia in cui tutti si proclamano federalisti, sarà mai possibile ritornare alla ragionevolezza? Quando si saranno tirati, per bene, i conti della serva in ordine agli èsiti dell'epidemia di Coronavirus, di sicuro vi sarà chi finirà con il porre - in primo piano- il sovrapporsi delle competenze fra Stato e Regioni. Naturalmente occorrerà porre in discussione tutti i falliti tentativi delle riformecostituzionali, bocciate dai ‘referenda’ nel 2006 e nel 2016, magari lodando: 1) i costituenti di un tempo che ebbero il coraggio di esprimersi contro il regionalismo (Francesco S. Nitti); 2) l'antiveggenza di quei politici (liberali, missini e monarchici) che, negli Anni ‘60, esternarono una convinta opposizione sul tèma. Anche oggi (con tutto il male sul tappeto) si tratta di baipassare almeno le cosiddette competenze concorrenti il cui aspetto, più deteriore, confluisce nelle vertenze fra Stato ed Enti territoriali sovraordinati che arrivano puntualmente alla Corte costituzionale. Se si guarda indietro, dall'esplodere dell'epidemia ad oggi, viene alla luce tutto un susseguirsi di provvedimenti contraddittori, privi della necessaria unità, sovente assunti al non dichiarato (ma reale!) scopo di dimostrare la propria potestà politica prima ancora che legislativa o amministrativa. Non parliamo, poi, di alcuni Sindaci che, calzata la famosa ‘coppola storta’, atteggiano le proprie funzioni a quelle di rango dittatoriale.

Chi scrive non è un amante delle Regioni. Servendoti del numero delle dita di una sola mano, potresti contare quante ve n’è che realizzano qualcosa da un punto di vista legislativo e gestionale. La gran parte legifera (quando lo fa!) con il minimo sforzo possibile, utilizzando le note funzioni “copia” ed “incolla” del ‘p.c.’. Anni addietro, con una doverosa riscrittura della P.a. locale, fu proposta un’abolizione. Ciò avvenne prima con il Codice delle autonomie e poi con gli emendamenti alla legge finanziaria per il 2010. Solo allora si registrò un tentativo di ridimensionamento della casta amministrativa e del numero spropositato degli enti pubblici operanti in Italia. Ma si trattò solo di un conàto che procedeva in maniera episodica e parziale, con toni insufficienti e con una timidezza che ha finito con il depotenziare ogni buona intenzione volta a tanto. Ciò perché una novità del genere cozzava con gli interessi consolidati di qualche centinaio di amministratori che fa politica professionalmente, e quindi tiene alle
poltrone disponibili che non vorrebbe mai vedere ridotte; così come la stessa burocrazia che li supporta.

Il fatto è che, se davvero si volesse sfrondare, risparmiare, razionalizzare la Pubblica amministrazione locale, la soluzione sarebbe semplice: occorrerebbe cancellare le Regioni, o almeno una gran parte di esse.

L’istituto si è portato dietro spesa, burocrazia, clientela e difformità di trattamento fra i cittadini, a seconda dell’area geografica di residenza (vedi, per esempio, in materia di Sanità). In effetti, l’ente, così come viene vissuto nel Meridione, rappresenta l'esatto opposto di una corretta gestione federale. Essenzialmente, potrebbero essere due gli accorgimenti da seguire per semplificare gli enti locali. Il primo potrebbe consistere nell'accorpare i Comuni. Non è pensabile che possano conferirsi poteri sempre maggiori ad enti quasi sempre di minime dimensioni, vuoi dal punto di vista demografico che da quello territoriale. Solo favorendone le fusioni si può pensare di razionalizzarne le funzioni, realizzando un numero limitato di enti di dimensione territoriale e di soglia demografica sufficienti a gestire i molteplici settori di competenza. Naturalmente, una proposta del genere cozzerebbe contro i politici di quelle migliaia di comunelli che intendono mantenere allo spàsimo l’individualità della propria comunità
per meglio lucrare gettoni sulla sua esistenza. Il secondo accorgimento potrebbe consistere nel conferire ai Comuni competenze di organismi
inutili (Comunità montane, ‘et similia’), la cui funzione è esaltata solamente dalla compresenza di certa burocrazia. Ma, per ottenere risultati, serve un'operazione chirurgica radicale ed invasiva. Non può bastare l’applicazione di una confezione di vaselina.

Claudio de Luca