Carburanti: imporre la chiusura di 10mila impianti per battere i fuorilegge

Attualità
giovedì 22 ottobre 2020
di La Redazione
Carburanti (foto archivio)
Carburanti (foto archivio) © Termolionline.it

ROMA. 40 anni di interventi legislativi per tentare di razionalizzare la rete distributiva dei carburanti: il primo con il DPCM 8/7/1978, l’ultimo con la legge 124/2017.

L’unico tentativo riuscito è avvenuto in epoca di concessione pubblica: da più di 38.000 impianti nel 1978, a meno di 25.000 nel 1998.

Liberalizzazioni e “aperture” del Mercato hanno fallito miseramente.

Risultato: le Regole sono state allentate e gli impianti continuano ad aumentare; l’economicità degli operatori onesti (quei pochi che rimangono) si assottiglia e i criminali fanno affari d’oro!

Secondo i dati del Mise al 1/10/2020 sono 23.805, contro i 22.460 del 21/10/2019: 1.345 i punti vendita in più, solo negli ultimi 12 mesi (e nonostante il covid-19).

L’erogato medio annuo per impianto in Italia è di 1.367mila lt., contro i 3.460mila in Germania, i 3.912mila in Francia e i 4.155mila in Gran Bretagna.

Una giungla inestricabile e incontrollabile di marchi esposti al pubblico (237) e di soggetti di ogni risma che li posseggono senza il pubblico lo possa sapere (1.083).

Di questi, solo 6 sono compagnie petrolifere integrate, dopo che tutte le multinazionali -prima Shell, poi Esso ed infine Total- sono letteralmente fuggite dal mercato italiano, senza che la Politica (ma neanche il settore) si sia nemmeno posto il problema, se non altro, delle conseguenze.

Secondo il Procuratore di Trento, Dott. Raimondi, audito in Parlamento il 5/11/2019, “Nella distribuzione carburanti c’è un ingresso incontrollato di soggetti. Il traffico illecito di prodotti petroliferi ha assunto una rilevanza estremamente pesante e pericolosa anche per il controllo da parte della criminalità organizzata. Il 30% del venduto sfugge all’imposizione fiscale per un valore di circa 10-12 miliardi di euro.”

Secondo il MEF, già nel 2016, oltre 5.000 impianti dichiaravano di aver venduto meno di 300mila lt., impianti i cui proprietari, nella stragrande maggioranza dei casi, continuano a non chiudere nonostante la loro insostenibilità economica, con ogni evidenza conclamata se quanto ufficialmente dichiarato corrispondesse al vero.

E’ questo il contesto nel quale i Gestori -si legge in una nota congiunta di Faib Confesercenti, Fegica Cisl e Figisc/Anisa Confcommercio- pur essendo letteralmente l’ultimo anello della filiera, hanno deciso di assumere l’iniziativa (altrimenti del tutto assente, nonostante sollecitazioni ed appelli alle altre componenti del settore, ben più responsabili, autorevoli e ricche), rendendo pubblico nel corso della rassegna “Oil & nonoil” in corso a Verona, il loro modello di riforma per una rete più efficiente e razionale.

Obiettivi dichiarati del modello: imporre a compagnie e retisti la chiusura di 10.000 impianti inefficienti (sotto i 600mila lt. dichiarati, senza attività integrative, abbandonati dal Gestore) + 150

in autostrada, tra il 2021 ed il 2023, per ottenere una rete più snella, favorire i controlli degli organi ispettivi ed aumentare l’indice di produttività per impianto.

Di conseguenza, restituire alla collettività almeno 8 miliardi di euro di gettito erariale evaso e almeno 1,4 miliardi al mercato ad agli operatori onesti; ricostruire un sistema regolatorio certo, favorire il rientro delle multinazionali; attirare nuovi investimenti da dedicare alla modernizzazione della rete in coerenza con una mobilità sostenibile sul piano ambientale e con l’attuale fase di transizione energetica.

Strumenti essenziali del modello: il Fondo Pubblico a cui i proprietari debbono conferire gli impianti da portare in chiusura, per garantire trasparenza, effettivo smantellamento ed il relativo rispetto dei tempi e degli standard legislativi per la bonifica ambientale; il Durn carburanti con il quale i proprietari degli impianti debbono certificare di non aver pendenze con la Giustizia e di aver pienamente rispettato le leggi speciali di settore.