La Parola del Vangelo: "Il primo ad essersi fatto prossimo all’uomo è Dio stesso"

Attualità
San Salvo domenica 14 luglio 2019
di Don Mario Pagan
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SAN SALVO. Nel Vangelo di questa domenica risuona una domanda fondamentale “chi è il mio prossimo?” Il tutto prende le mosse dall’ennesima prova che un dottore della legge propone a Gesù per tastare il suo grado di conoscenza e di fedeltà alla Torah, ovvero alla Parola del Padre. La risposta che Gesù dà, infatti, è la sintesi delle Scritture ebraiche ben conosciuta all'epoca dei rabbini del tempo: “Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima, con tutta la tua forza e con tutta la tua mente, e il tuo prossimo come te stesso”. Tutto qui, cosa c’è di più semplice?

Ma, come quel dottore della legge, anche noi siamo tentati di complicare le cose, soprattutto perché, in questo modo, riusciamo a trova re un escamotage per non affrontare la verità e la realtà così come essa è. E allora ecco qui l’ulteriore domanda che il dottore della legge pone a Gesù e che, ancora oggi, ci poniamo di fronte a chi ci viene incontro: “chi è il mio prossimo?”. La risposta di Gesù non si fa attendere e come quasi sempre è sotto forma di racconto esemplare.

La parabola è (però penso che proprio per tutti non sia così) la parabola è abbastanza famosa e conosciuta.

C’è un viandante che si imbatte con dei briganti che dopo averlo assalito, derubato e percosso lo lasciano sul ciglio della strada mezzo morto.

A passare da quella strada, in successione, ci sono un sacerdote, un levita (altra tipologia di sacerdote del tempo, ma di rango inferiore) ed infine un samaritano, cioè qualcuno che secondo la mentalità giudaica del tempo era considerato un eretico e per giunta ostile ai giudei. Ma né il sacerdote, né il levita si curano dello sfortunato: l’unico che invece si ferma a prestargli soccorso è il samaritano che caricandolo sul suo cavallo lo porta in una locanda vicina e paga perché l’albergatore si prenda cura di lui finché non si sia ristabilito.

Alla fine del racconto, però, Gesù ribalta la domanda postagli dal dottore della legge e anziché ripetergli “chi è il mio prossimo?”, gli chiede: “chi di questi tre ti sembra sia stato prossimo di colui che è caduto nelle mani dei briganti?”.

In altre parole non si tratta di stabilire dei parametri attraverso i quali poter definire chi è “prossimo” da chi non lo è, come se ci fosse una casistica da rispettare per cui ad esempio, si può considerare “prossimo” solo chi appartiene alla stessa famiglia fino ad un certo grado di parentela, o a chi appartiene allo stesso quartiere, regione o persino paese per cui le frontiere nazionali possono costituire il limite giusto per definire tale “prossimità”. No, per Gesù la “prossimità” non si riconosce o meno nell’altro, ma è un movimento che parte dal sé, dalla persona che “si fa prossima” a qualunque altro.

Non esiste una categoria o una definizione di “prossimo” a cui attenersi, ma ciò che è importante è il movimento che ciascuno compie per farsi prossimo a chiunque ne abbia bisogno, un movimento che nasce dalla “compassione”, cioè dalla capacità e volontà di “patire con”. Già, perché “farsi prossimo” significa accettare di rimetterci del proprio, di sporcarsi le mani, di lasciarsi coinvolgere e infine, di soffrire insieme all’altro. Non è forse questo ciò che accade quando si ama veramente? E così ritorniamo al punto di partenza da cui quel dottore della legge e Gesù erano partiti: “Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima, con tutta la tua forza e con tutta la tua mente, e il tuo prossimo come te stesso”. Con una piccola annotazione finale: il primo ad essersi fatto prossimo all’uomo è Dio stesso nella sua umanità accettando di “patire con” e “per” ogni essere umano che viene alla luce in questo mondo.

Bisognerebbe fare “il test invalsi” a tanti cristiani o pseudo-cristiani per la comprensione di quanto si legge o si ascolta.